“Marie e il signor Mahler” due solitudini che si incontrano al ritmo di musica

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Da quando ho cominciato a morire mi sono reso conto che la vita non può trovare la sua salvezza fuori di se stessa; il che, senza dubbio, rende il compito molto più difficile

 

Cosa accade quando due solitudini si incontrano e a ritmo di musica il loro cuore e la loro vita comincia a muoversi all’unisono. Una bambina e un uomo si incontrano e insieme parlano della vita, del dolore, dell’amore, della solitudine. Di seguito un’interessante chiacchierata con l’autrice di “Marie e il signor Mahler” (edito Bompiani), Paola Capriolo:

Come le è nata la necessità di raccontare di queste due anime, così diverse eppure così vicine, oserei dire drammaticamente vicine per la capacità di sentire così vivamente la vita?  L’idea originaria, naturalmente, era di scrivere un romanzo su Gustav Mahler, un compositore che amo e ascolto da tutta la vita; e in particolare sulle tre ultime estati, trascorse a scrivere i suoi estremi capolavori nel paesaggio idilliaco di Dobbiaco. Ma quasi subito ho concepito l’idea di proiettare su questo scenario interiore così tormentato la limpidezza di uno sguardo infantile, ingenuo, lo sguardo di Marie. Anche perché l’infanzia, nella musica di Mahler, rappresenta un aspetto imprescindibile.

Due solitudini che si incontrano, che si aprono all’altro e il comune denominatore è la musica. La musica che è molto più di un pentagramma con delle note in fila. La musica in questo romanzo diventa presenza e lei è riuscita a renderla presenza vibrante anche per il lettore. Cosa rappresenta invece per lei la musica? Nel suo quotidiano?  Per me, che non sono musicista, ha sempre rappresentato l’arte allo stato puro, un ideale di comunicazione assoluta, rivolta direttamente all’anima, al quale la parola letteraria tende costantemente senza mai raggiungerlo. Nella quotidianità, un nutrimento indispensabile.

Credo che questo romanzo sia molto coraggioso perché tratta delicatamente tematiche assolutamente non scontate come la solitudine, la morte, l’amore, la vita, la fede… che importanza ha per lei porsi di fronte a queste singole parole? E che importanza ha, far riflettere il lettore su queste?  Per me la scrittura ha sempre significato interrogarsi su queste grandi parole, queste grandi domande. Senza pretendere di fornire risposte, ma approfondendo il problema, abitandoci dentro, insieme con il lettore. Credo che la nostra sia un’epoca di domande più che di risposte.

Ho amato il suo romanzo perché non propone al lettore quello che si aspetta, ma costringe chi legge a uno sforzo. Riconosco che per quanto mi riguarda sia stato abbastanza facile entrare nel profondo della storia, perché l’ho sentita fin da subito molto vicina, sia per la scrittura che per le tematiche in sé. Pensa che per un autore sia più difficile proporre al lettore qualcosa che non si aspetta e che quindi lo costringe a mettersi in gioco, o assoggettarsi a quello che i lettori prediligono?  Per me sarebbe più difficile la seconda cosa, che non ho mai tentato. Non riesco a impegnarmi in qualcosa in cui non credo. Sono io stessa, come autrice, a mettermi in gioco per prima in ciò che scrivo, come se mi inoltrassi in un labirinto del quale non conosco l’uscita. E ogni volta invito il lettore a seguirmi in questo percorso.

Tornando alle origini della sua carriera, come è nata la necessità di scrivere, quando ha capito che doveva scrivere?  Ho scritto sempre, in un modo o nell’altro, sin dall’infanzia; ma la vocazione narrativa è nata improvvisamente intorno ai vent’anni, quando ero studentessa di filosofia. Forse per la ragione che accennavo prima: il fascino della domanda, nella quale volevo abitare con rispetto e senza fretta.

Quali sono i libri che hanno rappresentato una sorta di cambiamento e svolta in lei come lettrice e persona?  La mia vita è stata segnata, a partire dall’adolescenza, dalla lettura di Shakespeare, poi della tragedia greca, poi di Platone. Un po’ più avanti, quando muovevo i miei primi passi di scrittrice, Thomas Mann (soprattutto La montagna incantata e il Doctor Faustus) e le poesie di Benn e di Rilke. Anche Dostoevskij ha avuto per me un’importanza fondamentale, non so se come scrittrice, ma certamente come persona, ho riletto almeno una decina di volte ciascuno dei suoi più grandi romanzi. E in campo filosofico Schopenhauer, Nietzsche e Heidegger.

Se le chiedessi di consigliare dei titoli in grado di renderci più umani e di farci riflettere, quali le verrebbero in mente?  Qui davvero credo che Dostoevskij sia il più grande maestro: maestro di compassione. Delitto e castigo, L’idiota, I fratelli Karamazov… Ma tutta la grande letteratura ci rende più umani, perché ci invita a immedesimarci nell’altro, ad allargare i confini della nostra coscienza individuale.

Cosa si sentirebbe di consigliare a qualcuno con una storia che aspetta solo di essere raccontata e condivisa?  Di domandarsi innanzitutto se, perché e in che modo quella storia potrebbe interessare gli altri. “In che modo” è la domanda più importante, perché ogni storia, in sé, è degna di essere raccontata; ma bisogna creare un ponte tra ciò che riguarda solo chi scrive e ciò che, almeno potenzialmente, riguarda tutti, e questo ponte si chiama forma, stile. Non nel senso dell’ornamento, ma in quello della trasfigurazione: la capacità, per dirla in termini antichi, di fare del particolare uno specchio dell’universale.

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Musica, cuore.. e tanta passione per le parole, Alessio Arena si racconta.

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“Ma mo che d’è st’indifferenza?”

“E’ forse ‘o segno ca mme sò’ stracquato!”

Si ‘o pugne cu na spìngula stu core…

io credo ca nun sente cchiù dulore.

[Indifferenza, 1936 canzone di Gilda Mignonette che non incise mai]

 

 

Oggi conosciamo un po’ più da vicino Alessio Arena, nato a Napoli, vive tra l’Italia e la Spagna. Cantautore, scrittore e traduttore.

Buongiorno Alessio, io ti ho conosciuto come autore con il tuo ultimo romanzo “ La notte non vuole venire” (Fandango, 2018), ma questo è solo l’ultimo, in ordine cronologico, dei tuoi libri. Sicuramente le emozioni e le sensazioni che hai provato ad avere in mano il tuo primo libro pubblicato e quest’ultimo sono differenti. Te le ricordi? Ti ricordi le emozioni che hai avuto la prima volta nel vedere il tuo nome come autore? E quelle con questo ultimo lavoro? Il primo romanzo, “L’infanzia delle cose” l’ho pubblicato quando avevo 23 anni. Mi ero appena trasferito all’estero, catapultato nella prima relazione di coppia, avevo appena visto il mio babbo per la prima volta. Da quel libro è iniziata, insomma, una nuova vita per me. E Antonio Bacioterracino, il bambino protagonista della storia, piccolo prodigio del violino e che racconta la sua famiglia come se la vedesse in un’alba successiva alla fine del mondo, ha molto del carattere di Esterina Malacarne, personaggio principale di quest’ultimo romanzo. Entrambi fanno della propria fragilità un’arma poderosa.

Se vuoi che ti parli invece della vanità del vedere il proprio nome su un libro, potrei dirti che ho sempre considerato un atto di estrema presunzione, nei confronti dei lettori, pubblicare una storia che nessun altro ha ancora scritto per loro. Ho cercato di assumermi, con il tempo, tutte le responsabilità di questa presa di posizione, scrivendo sempre storie che almeno io penso che avrei piacere di leggere. Anche per questo ho cambiato spesso editore, per non accettare compromessi che mi avrebbero allontanato da questa promessa che ho fatto a me stesso.

Quando hai capito che era arrivato il momento di cominciare a scrivere qualcosa di tuo e come è nata questa urgenza di raccontare? Vengo da una famiglia operaia, gente semplice poco avvezza agli studi. Sono stato cresciuto da’Ntonietta, una nonna analfabeta, ma con una grande verve affabulatrice. Credo di essere diventato uno scrittore per colpa sua, per poter conservare la sua lingua e le sue storie. Da bambino, del resto, avevo la necessità di restare in contatto con una mamma che viveva in un altro paese. C’erano pochi quattrini per gli aerei e per le telefonate. Lei era la mia lettrice, e io avevo carta e penna per raccontarmi figlio.

Che tipo di lettore sei? Quali sono i tuoi libri preferiti? Ho sempre amato gli scrittori di stile, quelli che non si preoccupano di srotolare trame complesse sotto gli occhi del lettore, ma di dire le storie, di raccontarle con una lingua propria. Con il tempo, invece, questo gusto si è un po’ modificato e cerco negli scrittori un minimo di equilibrio tra entrambe le cose. In generale, sono un lettore abbastanza esigente. Non prediligo i generi, cerco storie che sfuggano alle etichette.

Quale libro, secondo te, non può mancare nella libreria di ciascuno? Un qualsiasi libro che sappia tirarci fuori da questa realtà e trasportarci in un’altra. Ma anche qualsiasi libro che sappia regalarci un equilibrio diverso per restare in questo mondo, che ci faccia vedere che potrebbe essere diverso. Se poi vuoi dei titoli credo che un lettore si fa un grande regalo quando scopre scrittori come José Donoso, Jorge Ibargüengoitia, Italo Calvino, Elsa Morante.

Ma tu non sei solo scrittore, sei cantante e ami il teatro. Come convivono queste differenti modalità di raccontare, raccontarsi e parlare al pubblico? Ne hai una che prediligi o a seconda di quello che vuoi comunicare scegli quella più opportuna per il tuo pubblico? E con quale pensi di arrivare di più al cuore di quello che vuoi raccontare? La musica è una tradizione di famiglia. Io ho scritto e interpretato i miei dischi tra un romanzo e l’altro. Tra una traduzione e l’altra. Non faccio tanta differenza tra questi modi che solo apparentemente potrebbero essere considerati distanti tra loro. Io racconto storie. Cerco di intrecciarle come meglio posso, dosarne le dinamiche. Cerco di dare loro una musica che emozioni, almeno me. Cerco di tradurle senza tradirle.

Ed è proprio in questo tuo ultimo libro, “La notte non vuole venire” che unisci lo scrivere al tuo amore per la musica, riportandoci una figura ormai dimenticata ai più, Donna Gilda detta la Mignonette. Da cosa è nata questa voglia di raccontare della più grande cantante italiana d’America? Ho sempre amato la voce di Gilda Mignonette e mi incuriosivano molto le non poche leggende che corrono sulla sua vita di lussi e di dolori a New York, forse la città più letteraria che esista, insieme con Napoli.

Mentre scrivevo questo romanzo ho lavorato a un disco che ho cominciato a incidere in Cile e lo terminerò in Italia, spero per i primi mesi dell’anno che viene.

Mi sono reso conto che questa storia è quella che più canta tra tutte le pubblicate fino ad ora. Per questo attualmente presento il libro con un piccolo recital, accompagnato da due violoncellisti che rileggono con me il repertorio di Gilda Mignonette e alcune visioni musicali di Federico García Lorca, personaggio chiave del romanzo. Cerco di offrire il suono che ha questo libro.

Hai deciso di dare una voce precisa ai tuoi personaggi, come mi dicevi precedentemente, il napoletano/ broccolino italo-americano. Una scelta non scontata e neanche immediata. Da cosa è nata questa necessità di rimanere fedele alle origini e al vero, rischiando di risultare non subito di facile lettura e comprensione per un lettore non avvezzo a quel linguaggio? Nei miei libri non credo ci sia niente di ammiccante, né di scontato. Non li scrivo per buttarmi nelle mode editoriali, ma sono frutto di ricerche spesso piuttosto lunghe. Per questa storia ho cercato di riportare nei dialoghi la lingua parlata dagli italo-americani di New York, ma non credo che questo sia un limite del romanzo, né un azzardo. Se qualche personaggio pronuncia qualche parola sconosciuta al lettore, qualche rigo più in basso il narratore la spiega per bene. Bisogna solo dedicare un po’ più attenzione alla storia. D’altronde sono proprio i lettori più attenti, quelli ai quali mi interessa arrivare: dediti all’antico e salvifico esercizio di chiudere un libro e aprirne degli altri per approfondire, indagare, sviscerare il cuore delle storie, il significato delle loro parole.

Leggendo delle gioie e dei dolori delle tue protagoniste mi sono ritrovata spesso a pensare cosa significasse per loro essere felici. E per te cos’è la felicità? Me lo sono chiesto spesso anch’io, quando mi sono reso conto che Esterina e Gilda fossero due personaggi assolutamente speculari: ognuna desidera ciò che l’altra possiede. Non so bene cosa sia la felicità. Ma credo si tratti di qualcosa di estremamente semplice, dalla quale la società in cui viviamo e il sistema infernale che la regge in un improbabile equilibrio, ci allontana sempre più spesso. Credo che felicità sia comunque il contrario di odio, di risentimento, e forse anche di ambizione.

#specialidiversamente storie di chi combatte ogni giorno per poter essere se stesso

“La saggezza è saper stare con la differenza senza voler eliminare la differenza”                                                                                                             (Gregory Bateson)

 

Oggi miei cari finalmente è il giorno. Il giorno nel quale vi svelo il progetto a cui sto pensando da un paio di settimane. Chi è su questi schermi già da un po’ di tempo, si sarà reso conto di come io sia particolarmente sensibile a certe tematiche. Ci sono certi argomenti che mi toccano nel profondo e che non mi lasciano indifferente. Questi possono raggrupparsi sotto un’unica definizione, quella di diversità. Dal latino diversitas, -atis che significa l’essere diverso, non uguale né simile. E come mai questo, invece che essere un pregio, un valore, ha sempre avuto un’accezione negativa? Perché l’uomo ha paura del diverso, perché crede il più delle volte, che sia un qualcosa da cui fuggire, da evitare? Ognuno di noi ha un valore, un valore in quanto uomo. Ognuno ha un particolare che seppur piccolo è in grado di differenziarlo da chiunque altro. E perché si ha sempre più la tendenza a volersi uniformare, a rendere sempre più invisibile quel dettaglio che ci è stato donato per essere speciali, unici? È come se non si volesse vedere che la diversità è bellezza, è speranza, è dono per chi la guarda. In Rosso Malpelo, la novella di Verga, vi potete ricordare come Malpelo venisse considerato un ragazzo malizioso e cattivo solo per i suoi capelli rossi. Un particolare da nulla, il colore dei capelli, eppure così totalizzante. È quindi di diversità a 360° che voglio parlarvi. E questo perché troppo spesso quando si parla di diversità si lasciano indietro storie, fatiche quotidiane e lotte, che magari non fanno scalpore, ma sono storie di chi combatte ogni giorno. Negli anni sono venuta a contatto con molte realtà differenti, sia per motivi personali che non e mi sono accorta come lo sguardo esterno sia sempre lontano dall’empatizzare con chi vive una situazione di dolore. La parola diversità abbraccia molti aspetti: che sia una diversità per disabilità, che sia religiosa, che sia la lotta quotidiana contro una malattia, oppure per quei chili di troppo che vengono giustificati come un poco amore per se stessi, senza avere il coraggio di capire chi e cosa nascondono. Diversità per quegli inestetismi che non ci rendono perfette, diversità perché ormai non siamo più autosufficienti e gli anni passati ci hanno reso non più degni di stare al mondo, diversità perché ogni giorno lottiamo contro una malattia che non si vede e quindi si pensa non esista, diversità perché non abbiamo la forza di alzarci da quel letto che ci pare unico rifugio, diversità per il luogo da cui si arriva. Diversità. Usando l’hashtag #specialidiversamente voglio raccontarvi storie dalla grande dignità e forza, voglio che queste due parole possano racchiudere testimonianze di bene e di amore, possano essere un modo per empatizzare con chi vive ogni giorno con fatica ma soprattutto con coraggio e possano avvicinarci a quelle persone in modo da non farle più sentire sole. Ho il desiderio che queste storie non solo ci facciano riflettere, ma che ci facciano vedere anche tanta bellezza e speranza. In un mondo dove ormai sembrano regnare solo odio e cattiveria, dove sono le brutte notizie a fare scalpore, ho la speranza che il riunire queste storie possa essere un modo per farci ricordare che c’è altro. C’è bisogno di ricordarsi che c’è altro. Io ne ho bisogno.

Come lo farò? In primis sempre attraverso i libri che leggerò, testimonianze che ascolterò, ma anche attraverso fumetti, e perché no anche attraverso film o serie tv. E potrete utilizzarlo anche voi, anzi più siamo e meglio è e sarebbe bellissimo, per rendere l’hashtag #specialidiversamente ricco di spunti e storie. Ma le storie possono essere anche le nostre, le vostre. Non ci sono tempistiche, ognuno può partecipare quando vuole. Aiutatemi a far ricordare che in questo mondo ci sono tante storie che testimoniano che la diversità è un dono e che bisogna amarla.

Colori sgargianti, forme geometriche, personaggi fantastici… entriamo nel mondo di Davide Bart Salvemini

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Forme, colori, storie di pirati, storie che rimandano ad altre storie, tutto è in connessione e pensato per arrivare al lettore. Sfogliare e leggere Kaleido è stata un’esperienza del tutto nuova per me. Abituata con le classiche graphic novel, Kaleido mi ha invece condotta su un nuovo pianeta, un tuffo in colori sgargianti, forme geometriche che prendono vita, personaggi fantastici. Davide Bart Salvemini ci accompagna nel suo mondo, per mano, con delicatezza e permette di guardarci intorno, per capire e per capirlo. Allora conosciamo meglio chi è Bart e proviamo a entrare in punta di piedi nel suo fantastico mondo.

Buongiorno Bart, raccontaci un po’ di te, chi è Bart e che cosa gli piace? Buongiorno a te. Bart è un orso che si aggira in una foresta incantata fatta di strane creature e piante lisergiche. Ama viaggiare con la mente cercando diverse sfumature con cui vedere la realtà. Si perde spesso in racconti leggendari intorno al fuoco, lasciandosi andare in bizzarri aneddoti sulla legge fisica.

Quando hai capito e da cosa hai capito che la tua strada era disegnare, diventare fumettista? C’è stato un evento scatenante? La miccia è stata la prima e lunga collaborazione con i locali Bronson e Hanabi di Ravenna, con cui ho progettato tantissimi poster che mi hanno dato la possibilità di studiare le diverse sfumature della comunicazione. L’hobby si è trasformato così in lavoro, diventando pura dipendenza. Il mio sogno è stato sempre quello di poter scrivere un romanzo o dirigere un film, il fumetto è la fusione tra i due: un potente linguaggio completamente malleabile, che mi ha folgorato fin da subito.

Chi o cosa ti ha ispirato e ti ispira nei tuoi lavori? Spesso il mio lavoro trae ispirazione dal cinema e dai romanzi ma se si parla di segno, tutto nasce dall’underground americano mescolando insieme Jim Woodring, Jesse Jacobs, Charles Burns e Michael deForge. Credo che le loro composizioni siano la perfetta fusione tra grafica e narrazione: un aspetto fondamentale nella mia ricerca.

Street art, video musicali, locandine, graphic novel.. tanti lavori, tanti modi differenti per esprimerti, in quale ti ritrovi di più? Più ci penso e più mi accorgo che non ci sono preferiti. Ognuno ha portato con sè un’evoluzione negli altri. Ultimamente mi sono concentrato molto sull’animazione di videoclip musicali, un media interessantissimo su cui c’è molto da studiare, che permette interazioni fantastiche con la fotografia e il design.

Come ci si sente di fronte a un lavoro da iniziare da zero? La fase progettuale è sempre la più eccitante. Gli appunti, gli schizzi si fondono insieme in un flusso fantastico di idee. Amo gli sketchbook, e riguardandoli a lavoro finito, ti stupisci nell’osservare la rappresentazione grafica del flusso dei pensieri.

Io ti ho conosciuto tramite la tua prima graphic novel, Kaleido, come ti sei sentito e cosa hai pensato quando l’hai avuta tra le mani stampata e pronta per essere letta dai tuoi lettori? E’ stato un viaggio bellissimo, il mio primo graphic novel a cui ho dedicato tutte le mie energie di quel periodo. Vederlo stampato, li nelle librerie, è stata un’emozione fortissima, come quando si raggiunge un piccolo obiettivo. Spero che i lettori amino Kaleido come l’ho amato io, perdendosi nelle sue piccole sfaccettature temporali.

Sfogliando Kaleido, ancor prima di leggerlo, sono rimasta affascinata e attratta a primo impatto dalle forme e dai colori sgargianti, penso siano proprio i primi particolari che saltano agli occhi e dall’altra è stata un’esperienza del tutto nuova per me, non mi ero mai approcciata a una graphic novel del genere. Ma dicci, da cosa nasce tutto questo? Queste forme, questi colori cosa rappresentano per te? E cosa vuoi trasmettere? La matematica è il linguaggio universale con cui si può descrivere praticamente ogni evento davanti ai nostri occhi. Quello dei colori è forse il più primitivo: l’origine di qualsiasi significato o simbolo. Attraverso il colore possiamo alimentare l’istinto nascosto di ognuno di noi, giocando con le emozioni senza essere troppo descrittivi e banali. Quando progetto, parto sempre dai colori, studiando le varie palette per rispondere meglio ad ogni commissione. Kaleido è un insieme di giochi prospettici in cui tante storie si amalgamo in un’unica ancora più grande; i colori sono le mappe indispensabili per non perdersi in questi viaggi. Pensare a questa storia senza colori, sarebbe stato come pensare l’Universo senza il nero.

Cosa rappresentano per te le storie e cosa significa per te raccontarle? Le storie, insieme al disegno, sono per me fasi meditative con cui risolvere pensieri e problemi quotidiani. Kaleido è nato dopo un periodo di forte stress durato un anno. Il lavoro che ho fatto sul vedere la realtà da diverse prospettive, è diventato il fil-rouge che lega con sé tutte le storie di questo libro. Con il racconto si combattono i propri demoni, si arricchiscono i pensieri e si trovano nuove e curiose soluzioni per risolvere ogni problema.

Una nuova voce, Alessio Forgione con il suo libro di esordio “Napoli mon amour”

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“In piedi, circondato da estranei, pensai che non avevo mai davvero preso in considerazione l’ipotesi di andare via. Che avevo provato a costruire delle cose, a farle crescere per crescerci sopra anch’io, come se mi spuntassero da sotto i piedi, ma che era anche tanto tempo, troppo, che tutto s’era bloccato. Provai orrore al pensiero che forse mi ero seduto sul ciglio della strada ad aspettare che le cose accadessero o che qualcuno si fermasse a raccogliermi.”

(Napoli mon amour, edito NNE)

Alessio Forgione, con una scrittura che cattura fin dalla prima pagina, ci dona un personaggio che entra subito sottopelle. Amoresano ha quasi trent’anni, non ha risposte alle sue domande e sta ancora cercando di capire quale sia il suo posto nel mondo. Vorrebbe andar via da Napoli, ricominciare in qualche posto lontano, ma in fondo non prende mai l’iniziativa. Desidera più bellezza nella sua vita, desidera che le sue giornate vengano stravolte da qualcosa o da qualcuno e quando questo accade si fa travolgere inaspettatamente. Ma Amoresano ha un pensiero costante, la cifra di quello che gli rimane sul conto bancario, come se il valore di una persona dipendesse solo da quello.

E ora conosciamo più da vicino l’autore.

Buongiorno Alessio, innanzitutto: come ci si sente ad avere in mano un libro di cui sei tu l’autore? È una sensazione strana che ancora non ho capito bene. C’è dello stupore, c’è della soddisfazione, c’è dell’orgoglio e poi c’è anche la paura d’aprirlo e trovare qualche virgola fuori posto.

So che sei sempre stato un lettore. Quand’è il momento che si passa da lettore ad autore. O meglio, quando è stato il momento in cui non ti è più bastato leggere le storie raccontate da altri, ma hai avuto la necessità di scriverla te quella storia?Riconosco due momenti in cui mi sono detto di provarci, entrambi generati dall’entusiasmo. Uno è stato verso i vent’anni, dopo aver letto Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline. Cominciai e per qualche mese andai avanti ma poi smisi perché mi sembrò che non avessi nulla da dire nemmeno a me stesso, figurarsi agli altri, e che molte erano le cose che dovevo fare, nella vita proprio, prima di poter provare a raccontare e raccontarmi qualcosa. La seconda ed ultima l’ho avuta d’estate, a Procida, qualche anno fa. Lessi Ferito a morte di La Capria e poi lo rilessi, credo, quattro volte in tre giorni. Una sera pensai che questa cosa che c’è in quel libro, cioè il dire ad alta voce d’aver paura, forse potevo provare a farla pure io. Da lì non mi sono più fermato anche se ancora sto cercando di capire come funziona. Ad oggi credo che lo scrivere sia un mix perfetto di arroganza, necessaria per cominciare a scrivere, e modestia, per tornarci sopra fino allo sfinimento e aggiustare e limare e trovare il proprio modo. Se viene meno una o l’altra ci si ritrova tra le mani libri un po’ così.

Mi sono subito affezionata al personaggio di Amoresano, tra amore e odio, tra comprensione e disapprovazione. Ho subito apprezzato la sua continua ricerca e bisogno di bellezza e il suo aggrapparsi alla cosa più bella che la vita gli aveva mostrato. Ma dall’altra è stato doloroso non vederlo veramente combattere per quello che desiderava e per quello che poteva essere. C’è stato un Amoresano d’ispirazione nella tua vita o è stato il frutto di tanti Amoresani che ti sono passati accanto? Non so davvero. Credo che lui stia lì ed esista perché lo conosco e lui conosce me e non so se non ha lottato, se si è arreso, se ha corso o s’è stato fermo, s’è il frutto di più persone o il risultato di un guardarsi allo specchio. Quel che so per certo è che si è stancato ed io non lo giudico.

Cosa è mancato ad Amoresano per essere quello che avrebbe potuto? In generale, non so. Nel particolare credo che a lui non manchi niente: è il mondo che non è abbastanza per lui.

Lungo tutto il libro incappiamo in titoli importanti, da La bella estate a Lolita, da Mattatoio n.5 a Verdi colline d’Africa per passare a Ferito a morte, sono i tuoi “velati” consigli su libri da recuperare assolutamente? Raffaele La Capria rappresenta quello che rappresenta per Amoresano? Perché? La Capria è, nella mia testa, colui che ha scritto il più bel romanzo in lingua italiana di sempre e credo che anche Amoresano mi darebbe ragione. Ha spiegato una generazione ma in realtà ha spiegato l’uomo, perché la situazione di quella generazione, almeno nell’interiorità, oggi non è cambiata e non credo che cambierà mai. I libri citati nel romanzo mi piacciono tutti, chi più chi meno – magari di Hemingway e Fitzgerald consiglierei altro. Li ho messi all’interno della storia perché per spiegarmi, a volte, anche nella vita reale, ho bisogno di appellarmi a qualcun altro, perché da solo non ce la faccio.

Un libro che sei solito rileggere ogni tanto? Credo che il libro che più ho riletto nella mia vita è Noi ragazzi dello zoo di Berlino, perché ero un ragazzino e ne diventai davvero dipendente. Era tosto, andava sotto ed era anche godibile. Segue Viaggio a termine della notte, di cui, qualche anno fa conoscevo pagine e pagine a memoria e che non rileggo da dieci anni, e Ferito a morte – ad oggi l’ho letto otto volte. L’ultima mania l’ho avuta con Santuario di Faulkner, letto tre volte consecutive. Sono un discreto fan del rileggere le cose e mi piace notare come la mia opinione riguardo quel che leggo si modifichi negli anni e in più per alcuni libri provo molta malinconia – più che per il libro in sé, per il momento o la situazione in cui li ho letti. Ultimamente mi manca Proust, che leggevo di notte, su di una nave vuota, nel silenzio più assoluto, tutto rarefatto, e sto pensando di rileggerlo. Vorrei anche rileggere Salambò di Flaubert, che leggevo a Napoli, quando ero molto innamorato, con lui disposto a tutto per lei, anche se so che mi farebbe male.

Un libro che non dovrebbe mancare dalla libreria di nessuno? Uh, questa è una domanda troppo difficile. Dico un Eroe del nostro tempo di Lermontov, ma sono troppi e ne sto dicendo davvero uno solo.

Ultima domanda, ma non per importanza, cos’è per te la bellezza? La bellezza è quella cosa che rende le persone vive. Senza, si sopravvive soltanto.